Veglia di Preghiera per le Vocazioni
“Non ci ardeva forse il cuore?”
Sabato 22 marzo 2025, Parrocchia San Luca (Quartu Sant’Elena)
Meditazione
Il tema della vocazione è strettamente connesso a quello della speranza, che corrisponde alla condizione dell’uomo che è per via (homo viator) tra l’inizio e il compimento. Siamo per via in forza di una promessa, verso una meta senza la quale ci sentiamo “imperfetti”, e perciò inquieti. La vita come vocazione è la vita che ama la meta e corre verso di essa. La consapevolezza di Paolo (Fil 3,8-14) ci aiuta a comprendere questa condizione:
Ritengo che tutto sia una perdita a motivo della sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore. Per lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura, per guadagnare Cristo ed essere trovato in lui, avendo come mia giustizia non quella derivante dalla Legge, ma quella che viene dalla fede in Cristo, la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede: perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la comunione alle sue sofferenze, facendomi conforme alla sua morte, nella speranza di giungere alla risurrezione dai morti.
Non ho certo raggiunto la mèta, non sono arrivato alla perfezione; ma mi sforzo di correre per conquistarla, perché anch’io sono stato conquistato da Cristo Gesù. Fratelli, io non ritengo ancora di averla conquistata. So soltanto questo: dimenticando ciò che mi sta alle spalle e proteso verso ciò che mi sta di fronte, corro verso la mèta, al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù.
La vita è questa corsa verso una meta di bellezza, verità e bontà. Occorre essere disposti a rinunciare a tutto (anche al passato, che deve restare «alle spalle»), per guadagnare e possedere la meta. Di ogni cosa è legittimo privarsi pur di «guadagnare Cristo». La speranza cristiana, come la vocazione, è la condizione del cristiano tra il già dell’essere stati conquistati e il non ancora promesso ma non raggiunto. La speranza ci mette in movimento per giungere alla pienezza di vita che è la «risurrezione dai morti».
Vorrei consegnare ai giovani, e agli adulti loro educatori, tre parole.
- Felicità
La speranza cristiana, afferma il Catechismo della Chiesa Cattolica, è la virtù teologale «per la quale desideriamo il regno dei cieli e la vita eterna come nostra felicità, riponendo la nostra fiducia nelle promesse di Cristo e appoggiandoci non sulle nostre forze, ma sull’aiuto della grazia dello Spirito Santo» (n. 1817). Lo stesso Catechismo ribadisce che «la virtù della speranza risponde all’aspirazione della felicità che Dio ha posto nel cuore di ogni uomo» (1818). Nella speranza desideriamo e attendiamo Gesù Cristo come felicità nostra e di tutti gli uomini. Ogni vera vocazione arde della speranza di Cristo come felicità ultima degli uomini e quindi del desiderio che ognuno di loro possa incontrare e amare Lui, “dolce memoria”. Non è possibile cercare uno stato vocazionale per risolvere un problema o per occultarlo. La vocazione viene incontro agli uomini che con cuore libero e grato tendono alla vera felicità. Occorre però liberare questa parola dalla corruzione di un certo sentimentalismo che misura la verità dell’esperienza con il metro dell’emozione. Scrive il Papa che «la felicità è la vocazione dell’essere umano, un traguardo che riguarda tutti. Ma che cos’è la felicità? Quale felicità attendiamo e desideriamo? Non un’allegria passeggera, una soddisfazione effimera che, una volta raggiunta, chiede ancora e sempre di più, in una spirale di avidità in cui l’animo umano non è mai sazio, ma sempre più vuoto. Abbiamo bisogno di una felicità che si compia definitivamente in quello che ci realizza, ovvero nell’amore, così da poter dire, già ora: “Sono amato, dunque esisto; ed esisterò per sempre nell’Amore che non delude e dal quale niente e nessuno potrà mai separarmi”» (Spes non confundit, 21). La vocazione autentica corrisponde alla felicità vera, che consiste in ciò che ci realizza profondamente, cioè nell’amore totale, per sempre, fecondo. Poiché Dio è amore, la «vocazione all’amore è ciò che fa dell’uomo l’autentica immagine di Dio: egli diventa simile a Dio nella misura in cui diventa qualcuno che ama» (Benedetto XVI, Discorso all’apertura del Convegno ecclesiale della Diocesi di Roma su Famiglia e comunità cristiana, 06.06.2005). Non il possesso, o il potere, o il piacere, ma l’amore vero compie la felicità dell’uomo.
Per una ripresa del tema vocazionale serve una nuova confidenza con la nostra aspirazione alla felicità e sentire l’incontro con Gesù Cristo come intimamente connesso all’esperienza di un amore ricevuto e donato in cui consumare l’intera esistenza. «Perché tu sia felice e goda di una lunga vita sulla terra» (Ef 6,3).
- Magnanimità
Per sperare occorre la virtù della magnanimità, che consiste nel tendere dell’animo alle cose grandi (extensio animi ad magna). Il magnanimo osa cose grandi, sceglie tra le tante possibilità della vita le più grandi. San Basilio predicava: «La grandezza dell’uomo, la sua gloria e la sua maestà consistono nel conoscere ciò che è veramente grande, nell’attaccarsi ad esso e nel chiedere la gloria dal Signore della gloria» (Omelia 20 sull’umiltà, c. 3). La grandezza dell’uomo è conoscere e attaccarsi alle cose grandi. I due discepoli avevano seguito il Signore per una speranza grande, equivoca certo, ma tale da poter essere corretta e purificata: «Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele» (Lc 24,21). Forse l’allentarsi della consapevolezza della vita come vocazione è dovuto all’indebolirsi nell’animo di tanti giovani della magnanimità. Questa virtù si radica nella fiducia coraggiosa circa le alte possibilità dell’uomo e della sua altissima vocazione. Cose grandi, non mediocri, brama il cuore dell’uomo. Papa Francesco, riprendendo parole famose del beato (prossimo santo) Piergiorgio Frassati diceva: «Vorrei dire, specialmente ai giovani: il nostro peggior nemico non sono i problemi concreti, per quanto seri e drammatici, il pericolo più grande della vita è un cattivo spirito di adattamento che non è mitezza o umiltà, ma mediocrità, pusillanimità. Un giovane mediocre è un giovane con futuro o no? No! Rimane lì, non cresce, non avrà successo. La mediocrità o la pusillanimità. […] Il Beato Pier Giorgio Frassati – che era un giovane – diceva che bisogna vivere, non vivacchiare. I mediocri vivacchiano. Vivere con la forza della vita. Bisogna chiedere al Padre celeste per i giovani di oggi il dono della sana inquietudine. […] La vita del giovane è andare avanti, essere inquieto, la sana inquietudine, la capacità di non accontentarsi di una vita senza bellezza, senza colore. Se i giovani non saranno affamati di vita autentica, mi domando, dove andrà l’umanità? Dove andrà l’umanità con giovani quieti e non inquieti?» (Catechesi sui Comandamenti, 13.06.2018). La pigrizia spirituale di tanti giovani è una sorta di odio verso la propria grandezza, la loro altissima vocazione, svelata definitivamente da Gesù Cristo.
Sophie Scholl, che insieme al fratello e ad alcuni amici furono condannati a morte per alto tradimento dal regime nazista per aver diffuso dei volantini contro la guerra, ha lasciato scritto parole toccanti, che spiegano il suo sacrificio e giudicano la nostra meschinità: «Il vero danno è fatto da quei milioni di persone che vogliono “sopravvivere”. Gli uomini onesti che vogliono solo essere lasciati in pace. Quelli che non vogliono che la loro piccola vita sia disturbata da qualcosa di più grande di loro stessi. Quelli che non prendono posizione né sposano cause. Chi non misura le proprie forze, per paura di entrare in conflitto con le proprie debolezze. Chi non ama agitare le acque o farsi nemici. Coloro per cui la libertà, l’onore, la verità e i principi sono solo teorie. Quelli che vivono in sordina, si accoppiano in sordina, muoiono in sordina. È l’approccio riduzionista alla vita: se vivi “in piccolo”, avrai tutto sotto controllo. Se non fai rumore, l’uomo nero non ti troverà. Ma è tutta un’illusione, perché anche loro muoiono, quelle persone che avvolgono il loro spirito in piccole palline per essere al sicuro. Al sicuro? Da cosa? La vita è sempre sull’orlo della morte; le strade strette conducono allo stesso luogo dei viali larghi, e una candela debole si spegne proprio come una torcia fiammante. Scelgo io il modo in cui bruciare». In Sophie era trasparente il valore dell’esistenza: «Io non voglio sopravvivere, voglio vivere». Alla fine, poté dire: «Credo di aver fatto la miglior cosa per il mio popolo e per tutti gli uomini. Non mi pento di nulla e mi assumo la pena!». L’approccio riduzionista alla vita pensa di ridurre le proprie speranze e desideri nel tentativo di controllare meglio l’esistenza. Un segno della mediocrità è il restare impantanati nelle malevolenze, nei pettegolezzi. La mancanza di magnanimità conduce a quella incapacità a credere nella grandezza della vocazione umana che diventa tristezza melanconica, pigrizia spirituale. A poco a poco, anche la vita diventa nemica.
Non possiamo vivere per piccole cose, senza respiro di eternità. L’animo reagisce contro questa posizione come i piedi che stanno in scarpe troppo piccole. La vita diventa ottusa, stretta tra cose mortali, angosciata o rancorosa. Siamo fatti per cose grandi, per lasciare una traccia nella storia, per trasmettere le verità essenziali. E per Gesù il mondo intero è troppo piccolo per l’anima dell’uomo. «Quale vantaggio c’è che un uomo guadagni il mondo intero e perda la propria vita? Che cosa potrebbe dare un uomo in cambio della propria vita?» (Mc 8,36-37). Siamo chiamati, vocati, a pensare in grande, a vivere in modo grande ogni cosa, anche quelle “piccole” e quotidiane e aride. Grande non è l’azione ma lo scopo. Allora, se è grande l’orizzonte, anche le cose piccole smettono di essere banali. «Non accontentatevi delle piccole cose. Dio le vuole grandi. Se sarete ciò che dovete essere metterete fuoco in tutta Italia!», scriveva Santa Caterina a un suo interlocutore. È la stessa immagine della torcia usata da Sophie Scholl. Dio attende grandi cose da noi, grandi come la verità, la giustizia, l’amore. Vivere per cose grandi illumina e “incendia” i nostri ambienti di vita.
- Umiltà
L’altra virtù della speranza, che serve molto al definirsi della vocazione, sembra contrapposta alla magnanimità, ma lo è solo apparentemente, è l’umiltà, ossia il riconoscimento del proprio limite e dell’infinita distanza tra Dio e la sua creatura. Senza l’umiltà, la magnanimità diventa presunzione, ma senza la magnanimità l’umiltà diventa accidia. L’umiltà porta a sperare solo da Dio ciò che l’uomo profondamente desidera e attende. Speriamo molto ma cosa possiamo da soli davvero conquistare e ottenere? Il termine e il compimento vero di ogni autentica speranza è Gesù Cristo e solo Lui può attirarci a sé, solo lui può donare quel che sospiriamo. Pregava Sant’Anselmo: «Fa’ Tu, o Cristo, quello che il mio cuore non può. Tu che mi fai chiedere, concedi!». L’umiltà instilla nel nostro animo una grande attenzione alla realtà, un senso di dipendenza che ci fa cercare e accogliere come senso dell’esistenza non ciò che progettiamo ma solo quel che riconosciamo come volontà di Dio. La vocazione non è un problema da risolvere ma un fatto da riconoscere. L’umiltà libera la nostra volontà e la apre alla volontà di Dio. I due discepoli che vanno verso Emmaus accettano la compagnia di quel misterioso viandante, rispondono alla sua domanda, accolgono la sua correzione, ascoltano la sua spiegazione e così il Signore illumina le loro menti, accende il loro cuore, apre i loro occhi (cf. Lc 24,13-35). Sono umili, per questo possono vedere il Signore. L’umiltà coniuga la magnanimità con l’obbedienza.
Nell’Annuncio a Maria di Paul Claudel leggiamo queste grandi massime di vocazione cristiana.
Santità non è farsi lapidare in terra di Paganìa o baciare un lebbroso sulla bocca, ma fare la volontà di Dio, con prontezza, si tratti di restare al nostro posto o di salire più in alto.
Che fine della vita è vivere? Forse che i figli di Dio resteranno con fermi piedi su questa miserabile terra? Non vivere, ma morire, e non disgrossar la croce, ma salirvi, e dare in letizia ciò che abbiamo. Qui sta la gioia, la libertà, la grazia, la giovinezza eterna!
Speriamo quella giovinezza eterna che consiste nel vivere per Dio in Gesù Cristo (cf. Rm 6,11), nell’ardere per la sua opera che è la salvezza degli uomini. In questo, è la vera felicità.
Per godere della gioia e della libertà, della giovinezza eterna, occorre invocare di avere la semplicità audace e umile della Vergine Madre, cosciente che il Signore Onnipotente aveva fatto per lei cose grandi perché aveva guardato l’umiltà della sua serva (cf. Lc 1, 48-49). Le cose più grandi nella più grande umiltà. «Allora Maria disse: “Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola”» (Lc 1, 38).